Il sacramento dell’assemblea

L’assemblea liturgica domenicale è la forma fondamentale e originaria della chiesa; con la partecipazione piena e attiva di tutto il popolo santo di Dio, la chiesa si manifesta e si realizza.

Purtroppo, nell’esperienza di chiesa ultimamente si avvertono segni di stanchezza e di sconforto, che ci fanno interrogare sul futuro del cristianesimo in occidente; è quindi necessario e urgente ricomprendere il significato e il valore della convocazione eucaristica domenicale, esperienza essenziale e irrinunciabile, liturgia costitutiva dell’identità cristiana.

“La chiesa infatti agisce e si esprime nella liturgia, vive della liturgia e dalla liturgia attinge forza per la vita” (Giovanni Paolo II – Dominicae cenae 13).

La prima azione liturgica, l’actio liturgica primordiale, è la risposta del popolo alla chiamata di Dio, il riunirsi alla Sua convocazione: ecclesia significa appunto convocata, chiamata. Per Giovanni Crisostomo, l’ekklesia è la casa del popolo di Dio e perciò i fedeli non vengono accolti dal vescovo o dal parroco, come il padrone di casa accoglie i suoi ospiti, ma essi entrano e stanno nella loro casa. L’assemblea è chiamata da Dio e sta alla Sua presenza; Dio parla al suo popolo attraverso la sua Parola e la Parola è alla base di tutti i sacramenti.

Secondo san Gregorio Magno, la meditazione personale delle Scritture, la lectio divina, non basta per intenderle pienamente ma occorre ascoltarle con gli altri fratelli nella fede; egli definisce l’assemblea come il luogo teologico dell’ascolto, dell’intelligenza, dell’interpretazione, dell’attualizzazione e dell’efficacia della Parola. La parola di Dio è parola di comunione, e solo nella comunione si accede alla sua piena intelligenza.

Lo scopo della convocazione eucaristica è dunque divenire corpo di Cristo e restare in comunione: la trasformazione dei doni in corpo e sangue di Cristo non è fine a se stessa ma avviene affinché noi diventiamo ciò che riceviamo. Si prega infatti:

“Per la comunione al corpo e al sangue di Cristo lo Spirito santo ci riunisca in un solo corpo”;

perciò il corpo eucaristico è finalizzato al corpo ecclesiale.

Essere ciò che si riceve è il comandamento dell’eucarestia: la Chiesa è chiamata in assemblea a diventare il corpo eucaristico del Signore, “Fa di noi un sol corpo”, una comunione di fratelli e sorelle nella fede.

Giuseppe

La comunione sotto le due specie

Durante la sua vita, nostro Signore Gesù Cristo non ci ha dato tanti comandi perentori: moltissimi insegnamenti li abbiamo appresi dai suoi discorsi, dal suo esempio, da come affrontava le situazioni, dal modo in cui incontrava le persone.

Eppure uno di questi comandi lo troviamo nell’ultima cena, quando disse ai dodici e a noi tutti: “Fate questo in memoria di me”. Offrendo pane e vino Egli ci ha detto: “mangiatene tutti, bevetene tutti” condividendoli, affinché anche noi ripetessimo i suoi stessi gesti con la medesima intenzione, in un memoriale perpetuo.

Allora alcune domande sorgono spontanee:

perché noi oggi continuiamo a non comunicarci al calice, nemmeno per intinzione? Com’è possibile che non siamo fedeli alle parole del Signore?

Le istruzioni a riguardo recitano così: “La santa comunione esprime con maggior pienezza la sua forma di segno, se vien fatta sotto le due specie. Risulta infatti più evidente il segno del banchetto eucaristico, e si esprime più chiaramente la volontà divina di ratificare la nuova ed eterna alleanza nel Sangue del Signore, …” (PNMR 240).

Si tratta indubbiamente di una formula eloquente e puntuale, che tuttavia viene sconfessata nei paragrafi seguenti, dove si individuano i casi particolari e i modi per ricevere la comunione al calice; addirittura, successivamente si arriva a precisare che “si dovranno evitare le occasioni di un gran numero di comunicandi”.

Certo, esiste un’ampia letteratura ufficiale per giustificare questa prassi ma tutto ciò sembra veramente paradossale…

Il Signore vi dia Pace.

Giuseppe